GESTIRE IL CICLO DELL’ACQUA

Spunti operativi, scientifici e tecnici, in una doverosa visione sociale e ambientale

 

IL PASSATO REMOTO

Due connotati, trattando di acqua, sono tanto banali, ripetuti mille volte, quanto davvero importanti.
Il primo è che si tratta di un elemento essenziale per la vita animale e vegetale, almeno per la vita come la conosciamo, e riconosciamo, noi umani.
Il secondo è che l’acqua è un bene pubblico, nel senso di come essa appartiene alla collettività, rappresentata dallo Stato nelle sue diverse espressioni, e dallo Stato governata e gestita direttamente o tramite concessioni.
I due aspetti ci portano indietro nel tempo, rispettivamente, a come l’umanità abbia soddisfatto la sua esigenza di accedere all’acqua e a come essa si sia data metodi e strutture organizzative per farlo, più generalmente per gestire la risorsa. Lasciamo ai geologi spiegarci dove fossero dislocate le acque e i corpi idrici, e quali fossero la condizione climatica e i regimi idrologici, nel corso della preistoria.
Concediamo in ogni caso alla nostra immaginazione che gli esseri umani cacciatori-raccoglitori fino a circa 12 mila anni fa (Olocene) – circa 5 milioni di individui presenti sul pianeta (la metà della Lombardia, non molto più del Piemonte) – accedessero all’acqua là dove la incontravano e in base ai propri bisogni primari, già potendo utilizzare contenitori ma senza alcuna forma di razionale infrastrutturazione e organizzazione. Dobbiamo arrivare nell’intorno del terzo millennio a.C. (Neolitico recente) – è strabiliante come i progressi consumassero millenni, una scala del tempo estranea alla mente di noi “moderni” – per incontrare le civiltà che in alcune parti del pianeta stabilirono infrastrutture e apparati organizzativi per l’utilizzazione dell’acqua, a supporto delle coltivazioni agricole e nel rifornimento delle nascenti città. Per citarne alcuni: Assiri ed Egizi nel periodo a.C., poi l’Impero Romano, i sistemi idraulici del regno Khmer in Indocina, il ‘500 veneziano, fino ai nostri giorni, nel progressivo perfezionamento della disciplina idraulica e delle sue applicazioni, al servizio di un’idroesigenza correlata al crescere della popolazione sul piano quantitativo ma anche qualitativo, in termini di standard dei servizi resi all’utenza oltre che di riqualificazione e tutela ambientale della risorsa. E d’altronde non è un caso che tutte le maggiori città siano state edificate sulla riva di un fiume, o in prossimità di uno specchio d’acqua, salata o dolce che fosse.

IL CICLO DELL’ACQUA, IL FIUME

Se consideriamo il fiume – ad esempio il Po, maggiore fiume in Italia – esso certamente non è solo, e qualunque cosa pensiamo di fare per lui, con lui, non lo possiamo considerare come qualcosa di isolato, visto che dipende in toto, nei suoi comportamenti, dall’ampio reticolo idrografico che gli sta a monte, responsabile con il suo ciclo idrologico degli stati di portata, di magra come di piena, del carico chimico- biologico, del trasporto solido.
E anche la geometria del suo alveo, che ne determina gli stati della corrente al variare della portata, è riferibile soprattutto alle piene, generate a monte, oltre che alla presenza di opere idrauliche realizzate dall’uomo.

Dal punto di vista delle portate che vi fluiscono, il fiume è l’ultimo anello di una catena di funzionamenti che costituiscono il ciclo terrestre dell’acqua all’interno del bacino idrografico sotteso. Si tratta di funzionamenti che attengono al modo come l’acqua, in forma di pioggia o neve, variamente fluisce o viene trattenuta, e così in un processo a fasi lente o veloci arriva a scorrere negli alvei di torrenti e fiumi.
Un processo di trasformazione delle precipitazioni influenzato da diversi fattori, i principali dei quali sono la temperatura e le caratteristiche fisiografiche del bacino: geologia, pendenza dei versanti, copertura vegetale… La pioggia, se non è neve che si accumula sul suolo, incontra prima di tutto una fase di intercettazione da parte della vegetazione e del suolo in superficie. Se è neve, il suo accumulo è destinato a sciogliersi liberando acqua al manifestarsi del rialzo termico.
Gli ambienti preposti all’intercettazione e l’accumulo nevoso costituiscono un primo livello di stoccaggio dell’acqua in arrivo con le precipitazioni.
Solo per intensità di precipitazione acquosa abbastanza gravose, quando la capacità di intercettazione diviene irrilevante, in relazione al grado di permeabilità delle superfici si generano ruscellamento e flussi alimentanti direttamente la rete idrografica, o infiltrazioni che alimentano il suolo, interessandone tanto la zona insatura quanto attraverso di essa la
falda profonda, che rappresenta un secondo livello di stoccaggio.
Da entrambi questi livelli di stoccaggio una quota importante della riserva immagazzinata viene consumata dall’evaporazione diretta e dall’evapotraspirazione, nuovamente in rapporto all’andamento termico e alla copertura vegetale, quella naturale e quella costituita dalle colture in agricoltura.
Il cardine della generazione dei flussi che scorrono negli alvei di torrenti e fiumi risiede in ogni caso nella risorgenza dal suolo:
– rapidissima, in presenza di piogge intense che accelerano un processo ipodermico favorito da un raggiunto grado di saturazione, eventualmente in concomitanza con lo scioglimento della
neve, che si combina con il ruscellamento generando le piene;
– lenta e lentissima, duratura nel tempo, generatrice delle cosiddette morbide e dei deflussi di base.
Il finale, rispetto alla variabilità temporale delle portate del grande fiume, lo gioca la corrivazione, ovvero lo scorrimento delle portate generate nel processo idrologico lungo l’intero
reticolo idrografico affluente, con effetti positivi nella riduzione dei picchi di portata e nella stabilizzazione degli apporti riferibili al drenaggio.
Senza dimenticare come il bilancio idrico risultante dal processo naturale sia influenzato, nelle condizioni maggiormente antropizzate come sono quelle del fiume Po, dai prelievi operati
dall’uomo e dalle opere ingegneristiche sempre dall’uomo poste in essere.
Nel fiume, ma anche nei tratti più avanzati dei suoi affluenti, oltre al ciclo idrologico è importante l’idrodinamica, ovvero il modo come il flusso si traduce in livelli, anche detti “tiranti”, dell’acqua e nella velocità della corrente, variabili che oltre ad essere all’origine della geometria degli alvei ne determinano la funzionalità ecologica, in rapporto all’ulteriore processo del trasporto solido e della sedimentazione.
Disponendo delle informazioni necessarie, sia il ciclo idrologico sia l’idrodinamica fluviale sono riproducibili mediante modelli di simulazione numerica fisicamente basati: per l’idrologia modelli analogici, dunque non esattamente fondati sulla fisica matematica, ma comunque rappresentativi della fenomenologia, cosiddetti “a serbatoi”, e modelli invece per l’idrodinamica utilizzanti le equazioni del moto nelle correnti libere, note come equazioni di De Saint Venant, con allestimenti modellistici variamente complessi in schematizzazioni mono-bi-tridimensionali.
Oppure modelli utilizzanti gli algoritmi dell’intelligenza artificiale, oggi di crescente interesse, potenti ed efficaci quando si disponga di grandi quantità di dati per il “machine learning” e tuttavia opachi rispetto ad un controllo partecipato sul loro funzionamento da parte dell’operatore esperto.

CAMBIAMENTO CLIMATICO, SICCITÀ, LA PROBLEMATICA DEGLI INVASI

Riscaldamento globale, cambiamento climatico, sono temi e problemi che ormai coinvolgono tutti noi, nelle nostre attività come nella vita quotidiana, di certo non solo la ristretta comunità scientifica.
D’altra parte, come ci insegnano Brian Fagan e Nadia Durrani, archeologi e antropologi di fama mondiale, in “Storia dei cambiamenti climatici – Lezioni di sopravvivenza dai nostri antenati”, l’umanità fin dalla preistoria e in qualsiasi parte del mondo si è trovata ad affrontare situazioni climatiche ed ambientali tremendamente gravose e persino “mega-siccità”, di durata pluridecennale o centenaria, che unite al deficit di lungimiranza e all’istinto aggressivo delle élite sociali hanno determinato cambiamenti epocali e il collasso di interi popoli.
Allo stesso tempo, la rapidità evolutiva mostrata dal clima negli ultimi decenni non sembra avere uguali da quando la Terra è stabilmente abitata dagli esseri umani, così come la pressione esercitata sull’ambiente da una popolazione in continua espansione demografica, e in ogni caso appare inedita la suscettibilità alle fluttuazioni climatiche, con le quali dobbiamo necessariamente confrontarci, adottando valide strategie di mitigazione e di adattamento, con capacità di pensiero e progettazione che troppo spesso si fatica a riconoscere nelle decisioni e nei comportamenti.
La siccità in particolare, situazione in cui scarseggiano le precipitazioni e la forte evapotraspirazione riduce senza tregua la risorsa, è la circostanza che ci vede meno resilienti.
E allora emergono appelli corali e perentori rivolti alla realizzazione di invasi artificiali, tramite dighe grandi o piccole su torrenti e fiumi e in varie ipotesi di ubicazione nei territori, opere in grado di generare “acque nuove”, ovvero volumi di acqua che, accumulati nelle fasi stagionali di flusso più abbondante, possano essere rilasciati nei giorni e mesi dell’anno in cui il ciclo idrologico naturale non li renderebbe disponibili.
Un tema, questo, rispetto al quale vale la pena di sviluppare alcune riflessioni. Una prima riflessione riguarda il fatto che di invasi già esistenti ce n’è già un certo numero e di diverse dimensioni, nati per esigenze specifiche (energetiche, irrigue, acquedottistiche) ma certamente non per conferire resilienza nei confronti del cambiamento climatico, per cui una rivisitazione delle regole operative in direzione multi-obiettivo e soprattutto una loro ottimizzazione attraverso metodologie e strumentistiche di ultima generazione sarebbe estremamente auspicabile.
Una seconda riflessione attiene, con riferimento a pianificazioni e decisioni su scala regionale/nazionale e relativamente a nuove realizzazioni, alla dimensione fisica e finanziaria degli interventi dei nuovi progetti di invasi, dimensione che si suggerisce media anziché grande o molto grande, per ragioni di compatibilità con risorse finanziarie inevitabilmente limitate, maggiore brevità e certezza dei tempi di entrata in esercizio, migliore impatto sociale-territoriale e migliore qualità ambientale.

Una terza riflessione è inerente a una serie di requisiti specifici, ciascuno dei quali irrinunciabile: gestione attiva del trasporto solido ad evitare l’interrimento e la riduzione del ripascimento in alveo a valle dell’opera di ritenuta, particolare cura dei connotati paesaggistico-ambientali, prossimità territoriale in ciò che attiene ad una reale partecipazione sociale, specialmente della comunità locale, all’intervento.
Dunque sì agli invasi, ma con scelte e impostazioni di qualità, nell’interesse generale, e non unica misura contro la siccità, bensì misura unita ad altre di adattamento, a partire da quelle riguardanti il consumo di acqua in agricoltura, con una revisione delle scelte colturali e con tutte le possibili forme di ottimizzazione dei fabbisogni, in quello che è il settore quantitativamente più esigente.

PROSSIMITÀ TERRITORIALE: LA GESTIONE DELL’ACQUA IN UNA DIMENSIONE SOCIALE, ANZI SOCIOLOGICA
Nel trattare di gestione della risorsa idrica, un caposaldo di riferimento normativo è la direttiva comunitaria 2000/60, nota come WFD Water Framework Directive o più semplicemente Direttiva Acque, che pone, ancora oggi in termini del tutto attuali, trascorsi ormai oltre due decenni dall’emanazione, i principi fondamentali ai quali ispirare concettualmente, ma anche nella pratica, tanto le politiche quanto l’erogazione fisica dei servizi idrici, così come la realizzazione e l’esercizio di opere e impianti preposti all’uso e alla tutela dell’acqua e degli ambienti ad essa connessi.
Tra questi principi, come detto fondamentali:
– la sostenibilità ambientale;
– la sostenibilità economico-finanziaria (cost recovery);
– l’integrazione degli usi, nella conciliazione delle diverse idroesigenze;
– il coinvolgimento territoriale;
non tutti recepiti e concretamente applicati, apparentemente nemmeno compresi, se non parzialmente.
E’ sul tema del coinvolgimento territoriale nella gestione idrica che vale la pena di soffermarsi, per il potenziale positivo che esso esprime, sul piano quantitativo e qualitativo delle azioni che ne possono conseguire.
Chiameremo questo potenziale “prossimità territoriale”, intendendo con questa espressione una qualità speciale della gestione idrica – se deliberatamente ricercata e posta in essere – nel senso di come, intervenendo sulla risorsa acqua, sia possibile (si debba, nello spirito della WFD) coinvolgere, in una razionale ed effettiva compartecipazione dell’azione, i territori e le comunità che sono il luogo in cui si sviluppa l’intervento.
Gli effetti conseguibili possono naturalmente avere una connotazione materiale, nel caso in cui alla gestione idrica si associno azioni compensative di interesse locale, quali ad esempio opere di recupero o miglioramento paesaggistico-ambientale, ma lo scenario che più attrae è quello per cui alla gestione idrica si associ una strategia rivolta proattivamente alla comunità, e dunque determinate progettualità e linee di condotta che attengono alla gestione idrica siano in grado di far progredire la socioeconomia locale, in termini di occupazione e reddito, ed anche, con opportune e robuste azioni di sensibilizzazione e formazione, il capitale sociale, ovvero il senso di appartenenza ad una comunità motivata e la civicness, dunque da un punto di vista propriamente sociologico, in fondo affidando all’acqua un compito al quale nei millenni ha sempre adempiuto: produrre sviluppo.
Perché chiamare proprio l’acqua a questo compito?…. perchè nell’ambiente naturale e attraverso i servizi con i quali essa viene erogata, utilizzata, trasformata e recuperata, l’acqua è ovunque, fisicamente situata e visibile, toccabile e fruibile, indispensabile, presente nell’immaginario collettivo, componente essenziale di paesaggi che suscitano emozioni, protagonista silenziosa o “rumorosa” delle giornate normali come di quelle dal forte stress fisico e umano (alluvioni, smottamenti, siccità).
Perché l’acqua è bene pubblico per eccellenza ed è in mano pubblica, per cui una politica che utilizzi la gestione idrica per tentare di nutrire di miglioramento la società è possibile, se la si intende perseguire.
La gestione dell’acqua ha connotati nettamente economici, come è nel principio cost recovery della WFD, tanto nel caso dell’erogazione dei servizi idrici che fa capo a organizzazioni di impresa (o assimilabili ad esse) quanto nelle azioni per la tutela-valorizzazione e la sicurezza che è in mano delle istituzioni pubbliche, ed è nel riconoscimento di questa prerogativa che vi è spazio per agire in direzione della prossimità territoriale.
Occorre però che il sistema duale preposto – regolatore pubblico da una parte e organizzazione di impresa (pubblica o privata non importa) dall’altra – riformi evolutivamente, in modo sostanziale, la propria visione e il proprio agire, facendo della prossimità territoriale un obiettivo reale e decisivo.
Lato regolatore pubblico, destinando ad esempio il potenziale monetario tipicamente associato ai servizi idrici e presente nei conti economici dei concessionari (servizi urbani, produzione
idroelettrica, gestioni irrigue) alla strategia di prossimità territoriale, anziché più semplicemente alle casse pubbliche, e demandando/imponendo agli operatori di concretizzare gli obiettivi nei singoli casi prefissati.
Lato organizzazione di impresa (o assimilabile ad essa, come detto), mettendo a disposizione la propria capacità tecnica e organizzativa e assumendo una responsabilità morale non solo formale bensì reale ed effettiva, definita da impegni contrattuali con il regolatore, nell’attuazione della strategia. “Sistema esperto” nell’accezione, in positivo, del sociologo Anthony Giddens (The Consequences of Modernity, 1990, in Italia 1994 con Il Mulino), sintesi concreta di fiducia e competenza quali fattori determinanti nell’affrontare gli effetti disgreganti della modernità radicalizzata del nostro tempo.
Quasi sicuramente un’utopia, come qualsiasi innovazione sconvolgente, quella di una strategia sociological building applicata alla gestione della risorsa acqua. Utopia che però, superando l’ossimoro, si è rivelata realistica almeno in un’esperienza vissuta da chi scrive, in Piemonte: quella della Maira SpA in Valle Maira (Cuneo), società mista pubblico-privata che ha realizzato impianti di produzione dell’energia da fonti rinnovabili (acqua, legno) ribaltando, in attuazione della sua precisa missione statutaria, una parte cospicua dei proventi economici generati dall’attività industriale in azioni sistematiche e stabili a beneficio della comunità locale, in una logica di autentica prossimità territoriale.
Lato impresa, purtroppo, probabilmente poco più di una sperimentazione.

(CM, dicembre 2025, estratto e revisionato dal contributo fornito al Catalogo della Mostra “Change! Ieri, oggi, domani. Il Po” –
Palazzo Madama, Torino, 2024).

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